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Le origini
La formazione degli Stati Uniti, costituitisi in
nazione indipendente alla fine del XVIII secolo,
trae le sue origini dalle esplorazioni geografiche
avviate alla fine del XV secolo con i viaggi di
Cristoforo Colombo e di Giovanni Caboto. All'inizio
del XVI secolo i primi gruppi di coloni europei,
provenienti principalmente dalla Spagna, dalla
Francia e dall'Inghilterra, si insediarono nei
territori nordamericani dove vivevano gruppi di
indigeni seminomadi. Se si escludono le regioni
dell'attuale Messico, divenute possedimento degli
spagnoli, la colonizzazione europea rimase episodica
fino alla fine del XVI secolo. Le guerre europee tra
Spagna e Inghilterra ebbero riflessi internazionali
nel momento in cui gli inglesi, spinti a contendere
agli spagnoli la supremazia sui mari, per impulso di
Walter Raleigh promossero la formazione di colonie
stabili in Virginia.
L'insediamento coloniale
All'inizio del XVII secolo la Compagnia della
Virginia, nata da un'associazione di mercanti
londinesi, dopo avere ottenuto dalla Corona i
privilegi per lo sfruttamento della costa atlantica
dell'America del Nord, stabilì alla foce del fiume
James, nella baia di Chesapeake, il primo
insediamento stabile, Jamestown. Pressoché
contemporaneamente esploratori francesi procedettero
alla ricognizione del territorio che includeva
l'intera valle del fiume Mississippi, ponendo le
premesse per il controllo della vasta area compresa
tra la regione dei Grandi Laghi e il golfo del
Messico, mentre coloni olandesi si stanziarono sulla
costa, fondando nel 1624 la città di Nuova Amsterdam
(l'attuale New York). Nel secondo decennio del XVII
secolo la colonizzazione inglese venne favorita
dall'emigrazione di persone appartenenti a sette
religiose, perlopiù di orientamento puritano, che
cercavano un luogo in cui poter liberamente
professare il proprio culto e costruire una società
a misura dei loro ideali. Il viaggio che i Padri
Pellegrini, membri di una congregazione calvinista,
effettuarono a bordo della Mayflower nel 1620
e la fondazione della colonia di Plymouth, nel New
England, sarebbero divenuti eventi costitutivi
dell'identità storica degli Stati Uniti. La forte
impronta religiosa, la libera iniziativa di
individui uniti da comuni valori etici, la forma
democratica del governo della colonia, una notevole
autonomia da Londra che si concretizzava in forme di
autogoverno, furono i tratti di fondo sui quali si
costruì il modello coloniale nel territorio del New
England.
Nel
corso del XVIII secolo si definirono le peculiarità
delle tre grandi aree nordamericane in cui erano
inseriti gli stati coloniali inglesi, saliti al
numero di tredici: quella meridionale (Virginia,
Maryland, South e North Carolina, e Georgia), nella
quale dominavano i latifondi agricoli riservati alla
coltivazione di riso, tabacco e cotone; quella
centrale (New York, New Jersey, Delaware e
Pennsylvania), in cui cerealicoltura e commercio
navale si integravano; quella settentrionale
(Massachusetts, Connecticut, Rhode Island e New
Hampshire), cuore della prima colonizzazione
inglese, anch'essa a economia mista, agricola e
manifatturiera, che aveva nel porto di Boston il suo
centro propulsore.
Verso l'indipendenza
La supremazia economica dell'Inghilterra nei
commerci mondiali fu sanzionata dall'espansione
territoriale in America, conseguita con le vittorie
militari a danno prima della Spagna, nella guerra di
successione spagnola, e poi della Francia, nella
guerra dei Sette anni, in seguito alla quale i
britannici ottennero il Canada, la Florida e la
Louisiana orientale.
Intanto i tredici stati americani acquisivano
posizioni di forza nel rapporto con la madrepatria,
perché le ragioni dello scambio commerciale
volgevano a loro favore: crescevano le esportazioni
di legname, grano, tabacco, cotone e il numero delle
navi fabbricate nei cantieri americani, mentre
diminuiva l'importazione di merci dall'Inghilterra.
La popolazione delle colonie era intanto salita da
250.000 abitanti nel 1700 a oltre due milioni nel
1770. Anche sul piano politico il rapporto tra
colonie e madrepatria cambiò, e quando il Parlamento
inglese, nel 1764-65, impose il Sugar and Molasses
Act (tassa sullo zucchero) e lo Stamp Act (tassa
sugli atti d'ufficio) nacquero le prime forme di
resistenza delle tredici colonie, che decisero per
il boicottaggio delle merci inglesi.
A
Boston, nel 1770, un contingente inglese sparò sulla
folla che dimostrava contro l’imposizione di nuove
tasse, provocando alcuni morti: l'episodio suscitò
forte emozione e contribuì ad aggravare la frattura
tra il governo di Londra e i coloni americani.
La guerra d'indipendenza
Negli anni successivi le posizioni si
radicalizzarono da entrambe le parti, mentre
continuava la protesta contro la tassa sul tè. Nel
dicembre 1773 i coloni, per protesta contro la
concessione del monopolio della vendita del tè alla
Compagnia delle Indie Orientali, affondarono il
carico di tre navi inglesi all'ancora nel porto di
Boston (Boston Tea Party). Seguirono ritorsioni da
parte del governo di Londra, a cui i rappresentanti
dei tredici stati risposero rafforzando la loro
alleanza e rivendicando l'autogoverno delle colonie
nel primo Congresso continentale del 5 settembre
1774.
Poco tempo dopo il conflitto politico si trasformò
in scontro armato, intrapreso inizialmente dallo
stato del Massachusetts e divenuto una scelta
generale al secondo Congresso continentale (1775),
quando i tredici stati votarono a favore del
reclutamento di un esercito, che affidarono al
comando di George Washington. Inoltre decisero
l'emissione di una moneta americana e assunsero le
prerogative di autorità di governo delle colonie.
Superando le resistenze dei moderati e dei lealisti,
contrari alla separazione dall'Inghilterra, i
rappresentanti più radicali si batterono fino a
ottenere l'approvazione della Dichiarazione
d'indipendenza, che rappresentò l'atto di nascita
degli Stati Uniti.
Dalla parte degli insorti americani, dopo la loro
vittoria a Saratoga Springs nel 1777, scesero in
campo la Francia, l'Olanda e la Spagna: i loro aiuti
militari (soprattutto dei francesi) e finanziari
spostarono l'equilibrio del conflitto. Dopo cinque
anni di operazioni, segnate da rari scontri in campo
aperto perlopiù conclusi a favore degli americani, e
a seguito della sconfitta inglese a Yorktown, furono
intavolate trattative di pace che, con la mediazione
della Francia, sfociarono nella firma del trattato
di Parigi e nell'indipendenza delle colonie
americane.
La Costituzione
Ottenuta l'indipendenza, occorreva definire quale
forma di governo le ex colonie intendessero
applicare. Ogni stato presentava proprie specifiche
identità, non facilmente integrabili tra loro, e
profonde erano le divergenze politiche: per questo
motivo prevalse l'idea che ogni stato fosse libero
di autodeterminarsi adottando una propria
costituzione. Si configurò un ventaglio assai
diversificato di opzioni generali, che andavano dal
mantenimento di antiche carte redatte in epoca
coloniale all'adozione di moderne costituzioni (come
nel caso della Virginia) che sancivano i principi
dell'eguaglianza, della libertà, della divisione dei
poteri e che rifiutavano la schiavitù. Fu scelto un
sistema federale, che conciliava le tradizioni del
particolarismo e della differenziazione religiosa
caratteristici dei singoli stati con le ragioni
dell'interesse comune, della difesa militare,
dell'impulso allo sviluppo, cementate dalla guerra
di indipendenza.
Il
testo della costituzione, redatto nel Congresso di
Philadelphia del 1787, sanciva le idee dei
federalisti: stabiliva infatti un rapporto di
elezione diretta tra cittadini e governo centrale, e
di sovranità diretta del secondo sui primi
nell'ambito di determinate competenze (finanze,
politica estera, guerra), fatta salva la garanzia di
ampie autonomie ai singoli stati. Gli organi
principali del governo centrale furono fissati nel
Congresso (costituito dalla Camera, eletta a
suffragio universale maschile e con sistema
proporzionale, e dal Senato, composto da due
senatori per ogni stato), nel presidente, eletto
ogni quattro anni con un sistema indiretto e dotato
di forti poteri esecutivi, e nella Corte Suprema,
garante dell'unione federale.
Nelle prime elezioni, tenutesi il 4 febbraio 1789,
fu eletto presidente George Washington. Lo slancio
economico che segnò gli anni di formazione degli
Stati Uniti fu favorito dalla colonizzazione di
nuove terre a ovest, dove alla fine del Settecento
sorsero i nuovi stati del Kentucky e del Tennessee,
seguiti all'inizio dell'Ottocento da Ohio, Indiana,
Michigan e Wisconsin. Iniziò allora l'avanzamento
della frontiera verso il Pacifico, che consegnò agli
americani uno spazio divenuto via via di dimensioni
continentali, immenso serbatoio di terre e di
risorse agricole e minerarie.
La presidenza Jefferson
Il dibattito politico, inasprito dagli echi
della Rivoluzione francese e dalle opposizioni alla
sovranità del potere federale, vide emergere il
partito repubblicano: a quest'ultimo apparteneva
Thomas Jefferson, il quale, eletto presidente nel
1800 e riconfermato nell'incarico nel 1804,
interpretò la volontà della grande massa dei piccoli
proprietari terrieri (i farmers), spostando
l'equilibrio federale a favore dell'autogoverno
locale. L'atto più importante della sua presidenza
fu l'acquisto della Louisiana, la cui annessione
raddoppiò la superficie degli Stati Uniti e ne
orientò lo sviluppo verso la colonizzazione.
Tra
il 1806 e il 1809 Jefferson decretò una serie di
misure che vietarono lo scambio commerciale con i
paesi europei (Non-Importation Act, Embargo Act,
Non-Intercourse Act), allo scopo di protestare
contro le violazioni dei diritti commerciali dei
paesi neutrali, compiute da Francia e Inghilterra
nel corso delle guerre napoleoniche.
La guerra del 1812-1814
Durante la presidenza di James Madison, le tensioni
crescenti con la Gran Bretagna nel 1812 portarono
allo scoppio del conflitto anglo-americano, che si
protrasse fino al 1814 con sorti alterne, ma senza
risolutive operazioni militari: agli americani non
riuscì il tentativo di sollevare il Canada, rimasto
leale alla Corona, mentre gli inglesi riuscirono a
conquistare Washington, venendo poi bloccati a
Baltimora. Nel trattato di Gand, che pose fine al
conflitto, i due paesi si impegnarono a restituirsi
i territori conquistati e a definire in successivi
colloqui la linea meridionale del confine canadese.
Da quell'esperienza uscì rafforzato il sentimento
nazionale degli americani, ormai persuasi che il
loro futuro dovesse svincolarsi del tutto dalle
vicende europee.
Sviluppo economico e territoriale
Nella prima metà del XIX secolo il territorio
federale si accrebbe con l'ingresso nell'Unione
degli stati della Louisiana (1812), dell'Indiana
(1816), dell'Illinois (1818), dell'Alabama (1819) e
della Florida (1819). Nel 1936 entrò a far parte
dell'Unione il Texas, staccatosi dal Messico; nel
1846 il Territorio del Nord-Ovest, che gli Stati
Uniti ottennero in seguito a un trattato con la Gran
Bretagna, e del vasto Sud-Ovest, ottenuto con la
guerra contro il Messico.
A
metà Ottocento il confine occidentale era giunto al
Pacifico e si contavano più di trenta stati aderenti
all'Unione. Un'economia fiorente e in rapido
sviluppo agevolò il precoce avvio
dell'industrializzazione, che mise radici negli
stati atlantici, in particolare in quelli del
Nord-Est, dove sorsero fabbriche moderne,
all'avanguardia nello sviluppo tecnologico. Gli
americani furono tra i primi a produrre, utilizzando
la tecnologia del vapore e degli altiforni, i
battelli a propulsione meccanica e le locomotive. Si
lanciarono quindi nella corsa alla costruzione di
strade ferrate in modo così intenso che la rete
ferroviaria americana nel 1860 risultava la più
estesa al mondo. Il nuovo mezzo di trasporto
accompagnò e sostenne lo sviluppo economico,
fornendo l'intelaiatura infrastrutturale senza la
quale non sarebbe stato possibile organizzare uno
spazio di quelle dimensioni. La rapidità di tale
sviluppo risultò più accentuata nel settore
industriale, nel quale a metà secolo gli Stati Uniti
si collocavano al quarto posto nella graduatoria
mondiale.
Altrettanto eccezionale fu la crescita demografica:
la popolazione balzò dai 9,5 milioni di abitanti del
1820 agli oltre 31 milioni del 1860, con un tasso di
incremento che non aveva eguali nella storia.
Significativa fu la quota dello sviluppo demografico
derivante dall'immigrazione: un flusso migratorio, a
crescita quasi esponenziale, mosse dall'Europa,
principalmente dall'Irlanda, dalla Germania e dalla
Scandinavia. Numerosi giunsero anche gli africani,
deportati in schiavitù per essere sfruttati come
forza lavoro nelle piantagioni di cotone e di
tabacco degli stati meridionali. Gli immigrati
bianchi in parte si stabilirono negli originari
tredici stati, in parte si diressero verso ovest, là
dove un territorio vergine e sconfinato offriva un
incessante richiamo allo spirito d'avventura di
coloni e di pionieri. La scoperta dell'oro in
California nel 1849 spinse migliaia di persone a
dirigersi all'Ovest e a popolare le coste del
Pacifico. Fu questo il contesto in cui nacque
l'epopea del "Far West" (il "lontano Ovest"),
un'epopea dapprima di carattere contadino, ma ben
presto personificata da allevatori di bestiame,
artigiani, commercianti, banchieri, costruttori di
ferrovie, giunti in massa al richiamo delle grandi
potenzialità affaristiche offerte dall'Ovest. A
farne le spese furono le popolazioni indigene, che
vennero letteralmente sterminate.
Isolazionismo e democrazia
Dopo la guerra del 1812-1814 contro i
britannici, si radicarono nella politica americana
le tendenze isolazioniste, favorite proprio dalla
Gran Bretagna, convinta che l'America, al riparo da
qualsiasi ingerenza europea, si sarebbe adattata a
una posizione di dipendenza economica. Alla
presidenza di James Monroe si fa risalire la
proclamazione ufficiale della linea isolazionista,
compendiata nella celebre formula "L'America agli
americani". Sotto la presidenza di Andrew Jackson,
esponente di punta del partito democratico, si
posero le basi della democrazia americana,
imperniata sulla diffusa partecipazione popolare,
sull'allargamento del suffragio (con l'esclusione
dei neri) e sul carattere elettivo di molte cariche
istituzionali. Si stabilizzò contemporaneamente il
bipolarismo partitico: da una parte il partito
democratico, con forte insediamento sociale al Sud,
espressione dello spirito libertario e
individualista degli uomini della frontiera, con
venature radicali che lo collocavano a sinistra;
dall'altra il partito Whig, apparso nel 1834,
espressione degli interessi industriali e finanziari
del Nord.
Il problema della schiavitù
Già alla fine del XVIII secolo le differenze
economiche e politiche apparivano polarizzate dal
contrasto tra gli stati del Nord e quelli del Sud,
un contrasto che per diverso tempo si concentrò
sulle tariffe doganali: gli stati meridionali erano
favorevoli al libero commercio perché le materie
prime da loro prodotte, come il cotone e il tabacco,
non avevano rivali sul mercato internazionale. La
libertà commerciale costituiva la condizione per la
prosperità dell'economia agricola delle grandi
piantagioni del Sud. Gli stati industriali del Nord,
al contrario, propugnavano misure protezionistiche
per tutelare le loro merci dalla concorrenza dei
manufatti inglesi. Proprio in merito a questioni
commerciali fu lanciata la prima minaccia di
secessione quando, nel 1828, il South Carolina si
dichiarò pronto a staccarsi dall'Unione se fosse
stata approvata una tariffa doganale considerata
contraria agli interessi dei suoi coltivatori.
La
causa fondamentale del contrasto risiedeva tuttavia
nella schiavitù. La linea di separazione tra stati
schiavisti e stati antischiavisti, definita dal
Compromesso del Missouri, correva tra il Missouri,
il Delaware, il Maryland e il West Virginia: a
settentrione la schiavitù era proibita, a sud
legalizzata. La questione riguardava circa 4.000.000
di africani, oltre il 12% della popolazione. Il
contrasto si acuì in seguito all'ingresso
nell'Unione dei nuovi stati del Texas, dell'Oregon e
della California, che metteva in discussione il
Compromesso del Missouri, e quindi alla legge sul
Kansas e sul Nebraska, che stabiliva il principio in
base al quale ogni stato era libero di decidere
sullo schiavismo, indipendentemente dalla propria
collocazione geografica. A contrastare le tradizioni
e gli interessi del fronte schiavista si formò negli
anni Trenta un movimento abolizionista, presto
trasformatosi in forza politica a carattere
partitico, che prese nome di Free Soil Party,
partito del "libero suolo", favorevole al
contenimento della schiavitù negli antichi confini.
Da questo nucleo si costituì il Partito
repubblicano, nel quale emerse una corrente
decisamente abolizionista.
Guerra di secessione
La questione della schiavitù divenne dirompente
dopo la metà dell'Ottocento, quando il nuovo Partito
repubblicano diede rappresentanza politica alle
forze antischiaviste, che includevano sia borghesi e
operai degli stati del Nord, mossi da ragioni
umanitarie e dal convincimento della superiorità del
libero mercato del lavoro, sia contadini e coloni di
quasi tutti gli stati entrati da poco nell'Unione.
Il
contrasto tra il Nord abolizionista e il Sud
schiavista sfociò nella guerra civile, dopo
l'elezione a presidente degli Stati Uniti (novembre
1860) di Abraham Lincoln, capo del Partito
repubblicano, favorevole a una graduale abolizione
della schiavitù. Nel dicembre del 1860 undici stati
del Sud si staccarono dall'Unione, costituendosi
negli Stati Confederati d'America (febbraio 1861),
una confederazione indipendente sotto la presidenza
di Jefferson Davis e con una propria capitale,
Richmond, in Virginia. Il Nord rispose con la
mobilitazione di un esercito, a cui si contrapposero
le forze sudiste guidate dal generale Robert Lee.
Nell'aprile vi fu il primo scontro armato della
guerra civile che si sarebbe combattuta per quattro
anni con grande dispiegamento di uomini e di armi.
La mobilitazione di un grande numero di soldati
(quasi cinque milioni tra i due eserciti) e il
ricorso alla nuova tecnologia militare – per la
prima volta furono utilizzati il fucile a
ripetizione, le mine, la mitragliatrice, le
corazzate, i siluri, che fecero di questa guerra la
prima dell'era industriale – causò un elevatissimo
numero di vittime (circa 700.000) e gravissimi danni
alle città coinvolte nel conflitto.
La
superiorità economica e demografica del Nord pesò
sull'esito del conflitto, che si concluse il 9
aprile 1865 con la capitolazione dei sudisti. Il 14
aprile Lincoln venne assassinato durante una
rappresentazione teatrale da un fanatico sudista. Il
6 dicembre fu decretata l'abolizione della schiavitù
in tutti gli stati dell'Unione con il 13°
emendamento della costituzione. Due successivi
emendamenti, il 14° (1868) e il 15° (1870),
garantirono ai neri pieni diritti civili e politici.
La ricostruzione
Con la vittoria dei federali il paese poté
essere pienamente unificato. Contrariamente alla
linea politica di Lincoln, che avrebbe voluto
attuare un piano di riconciliazione nazionale, il
Congresso impose al successore, Andrew Johnson, un
progetto definito di "ricostruzione" che in realtà
instaurò negli stati del Sud un regime di
occupazione militare. La piaga della disoccupazione
colpì oltre 3 milioni e mezzo di neri liberati,
mentre la produzione cotoniera calò vistosamente. In
un clima tutt'altro che pacificato i settori
oltranzisti si organizzarono in gruppi clandestini,
tra cui il Ku Klux Klan, che cominciarono a
praticare forme di terrorismo e atti di violenza
contro la popolazione nera.
Le
forze capitalistiche trassero grande vantaggio dalla
ricostruzione postbellica, che favorì il pieno
sviluppo dell'economia industriale e l'espansione
dei capitali dell'Est a tutto il territorio
americano. In mezzo secolo gli Stati Uniti passarono
al primo posto nella graduatoria mondiale della
produzione industriale. Assunsero una posizione
dominante le concentrazioni industriali e
finanziarie (corporations), nonché i grandi
imperi economici (trusts) collegati alle
dinastie di capitalisti, come i Rockefeller, i
Carnegie, i Morgan, gli Harriman.
Le
ferrovie, organizzando il più grande mercato
nazionale del mondo, servirono a commercializzare la
produzione agricola dell'Ovest e a portare nelle
campagne gli interessi e la mentalità dei
capitalisti dell'Est. Decisiva risultò la
costruzione, in soli sette anni, della prima linea
transcontinentale americana che, partendo da Omaha
nel Missouri, raggiungeva San Francisco, sul
Pacifico. Grazie al treno le grandi pianure
dell'Ovest si trasformarono da terra di allevatori
in terra di contadini stabili, perché le
potenzialità di crescita dell'agricoltura vennero
incrementate dalla possibilità di far arrivare in
tempo breve le derrate alimentari dai luoghi di
produzione a quelli di consumo.
I nuovi immigrati
La nuova fase di sviluppo economico fu alimentata da
un'ulteriore progressione nella crescita
demografica, favorita anche dalla crisi economica in
cui versava l'Europa. Oltre dieci milioni di persone
si trasferirono dall'Inghilterra, dall'Irlanda e
dalla Germania. Una successiva corrente migratoria
riversò, tra il 1890 e il 1914, negli Stati Uniti
circa 16 milioni di scandinavi, di ebrei, di
polacchi, di russi e di italiani, oltre a 4 milioni
di asiatici. Fu allora che gli Stati Uniti
confermarono la loro peculiarità storica, quella di
rappresentare un crogiolo di etnie e di razze (il
melting pot), un'autentica nazione di nazioni.
Il tasso di incremento demografico toccò il livello
record del 171% (dai 32 milioni di abitanti del 1860
ai 92 milioni del 1910), sostenuto certo
dall'immigrazione, ma ancora di più dagli elevati
indici di natalità.
Lotte sociali e politica estera
I ritmi accelerati dell'industrializzazione e la
rapida diffusione del capitalismo finanziario e
industriale, furono all'origine di conflitti sociali
che videro protagonisti i contadini e gli operai.
Nelle campagne dell'Ovest la pressione a cui erano
sottoposti i piccoli coltivatori indipendenti (farmers)
a causa dell'espansione delle grandi società
capitalistiche scatenò una serie di proteste anche
violente, dalle quali derivò la formazione del
People's Party. Si trattava di un partito che voleva
tutelare gli interessi dei farmers, ma che al
tempo stesso sapeva accogliere rivendicazioni e
speranze della classe operaia, alleandosi
all'American Federation of Labour. Il momento di
massima influenza del Partito populista si registrò
alle elezioni del 1896, nelle quali il candidato
William Jennings Bryan si alleò ai democratici sulla
base di un programma che mirava alla riduzione del
monopolio fondiario, a una rigorosa legislazione
"antitrust" e a una maggiore equità fiscale.
La
sconfitta subita a opera del repubblicano William
McKinley segnò la crisi del movimento populista e il
trionfo dei valori del capitalismo. Dalla dirompente
crescita della produzione e dai processi di
concentrazione capitalistica scaturirono spinte
imperialistiche, analoghe a quelle che
giustificavano la contemporanea colonizzazione
dell'Africa operata dalle potenze europee. Tuttavia
l'imperialismo americano, a differenza di quello
europeo, non si orientò all'occupazione militare di
spazi extranazionali né al loro controllo diretto,
basandosi piuttosto su forme indirette di
condizionamento. Fu la presidenza McKinley a
inaugurare una politica estera coerente con queste
premesse: nel 1898, dopo l'affondamento di una
corazzata americana all'Avana, gli Stati Uniti
mossero guerra alla Spagna appoggiando un movimento
cubano anticoloniale. La rapida sconfitta della
Spagna consentì a Cuba di rendersi indipendente e
agli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza
sull'isola. Avendo contemporaneamente ottenuto
Puerto Rico e le Filippine e annesso le isole
Hawaii, gli americani si ritagliarono in brevissimo
tempo un grande spazio di egemonia, candidandosi a
esercitare un ruolo di potenza mondiale.
Theodore Roosevelt
L'assassinio del presidente McKinley portò alla
presidenza Theodore Roosevelt, repubblicano,
conservatore, favorevole alla libertà politica ed
economica. Sotto la sua presidenza vennero approvate
leggi per ridurre il potere dei monopoli, fu varata
la prima moderna legislazione per la difesa dei
consumatori contro le frodi alimentari e medicinali
(Pure Food and Drug Act) e per la protezione
dell'ambiente. In politica estera Roosevelt attuò
una linea fortemente aggressiva (la politica del
big stick, grosso bastone), favorendo la
separazione del Panamá dalla Colombia (1903),
condizione perché gli Stati Uniti potessero
finanziare la costruzione del canale. Dopo quasi un
secolo di isolamento continentale, gli Stati Uniti
presero posizione sulle questioni europee,
pronunciandosi a favore della Francia nella contesa
coloniale franco-tedesca per il Nord Africa.
Con
minore energia e popolarità, il successore William
Howard Taft continuò la lotta contro i trusts
e favorì due emendamenti costituzionali di
ispirazione progressista (il XVI sull'elezione
diretta dei senatori e il XVII per l'imposta sul
reddito).
La politica di Wilson
Sotto la presidenza di Thomas Woodrow Wilson scoppiò
la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti, rimasti
in un primo tempo neutrali, svolsero tuttavia una
parte importante rifornendo di grano, vestiti, armi,
macchine per l'industria bellica i due paesi a cui
erano legati da forti vincoli storici, Gran Bretagna
e Francia. Solo nel momento in cui i tedeschi
diedero il via alla guerra sottomarina
nell'Atlantico contro i convogli mercantili anche di
paesi neutrali, il presidente Wilson dichiarò guerra
alla Germania (6 aprile 1917). Sotto il comando del
generale Pershing le truppe americane, composte di
1.750.000 soldati, diedero un contributo decisivo
sul fronte franco-tedesco della Mosa e delle Argonne.
La politica di Wilson - La pace e gli ideali di
Wilson
Alla Conferenza di pace, che si riunì a Parigi
nel 1919, Wilson propose un piano imperniato sulla
riforma delle relazioni internazionali come
condizione per evitare in futuro altre guerre. Il
piano, articolato in 14 punti, prevedeva libertà di
navigazione e di commercio, riduzione degli
armamenti, autodeterminazione dei popoli e
formazione di un organismo internazionale, la
Società delle Nazioni, deputato alla pacifica
composizione dei conflitti interstatali.
L'idea utopica della pace perpetua trovava una
proposta di attuazione, ma il piano, che pure
suscitò reazioni di consenso tra i democratici
europei, alle grandi potenze europee apparve
inficiato di idealismo. Alla neocostituita Società
delle Nazioni, con sede a Ginevra, mancò un forte
avallo internazionale poiché non vi parteciparono la
Germania, la Russia e neppure gli Stati Uniti, che
pure l'avevano proposta.
Gli anni della prosperità
Alla fine della prima guerra mondiale gli Stati
Uniti vissero un euforico decennio di prosperità nel
quale la spinta ai consumi si diffuse a ogni strato
sociale. Indicativi i dati dell'industria
automobilistica, che nel 1929 segnalava la
produzione di oltre 23 milioni di auto e 3 milioni
di autocarri. Nelle nuove forme di comunicazione,
come la radio e il cinema, nei nuovi sistemi di
trasporto, come l'aviazione, nei settori di punta
dell'industria, come la chimica e la siderurgia, gli
Stati Uniti erano all'avanguardia mondiale perché
disponevano non solo dei capitali, ma anche del
sapere tecnologico e scientifico.
I
tratti delle moderne società erano già presenti
nelle fabbriche e nelle città americane degli anni
Venti, compresi i fenomeni deteriori, evidenziati
dalla piaga del gangsterismo, fiorito in seguito
alle misure proibizionistiche. Nonostante i
progressi industriali e il diffuso benessere,
l'economia americana presentava segni di
instabilità, particolarmente visibili nel settore
agricolo che subiva le conseguenze del calo di
esportazioni in Europa. Lo stesso sistema
industriale soffriva per eccesso di produzione,
mentre il debito contratto dagli europei in dollari
durante la guerra rendeva instabile la finanza
statunitense.
La crisi del 1929 e il New Deal
I nodi dell'economia e della finanza si
intrecciarono nella grande crisi scoppiata
nell'ottobre del 1929, con il crollo della Borsa di
New York, a cui né i mezzi della finanza né quelli
dello stato poterono porre rimedio, così che
migliaia di aziende fallirono e la disoccupazione
salì fino al punto di interessare nel 1934 il 25%
della popolazione attiva (circa 13 milioni di
americani).
Nelle elezioni del 1932 fu eletto presidente il
candidato del partito democratico, Franklin Delano
Roosevelt, a cui andarono i voti dei ceti medi, dei
contadini, degli operai, dei disoccupati, ossia di
quei settori maggiormente esposti alla crisi.
Roosevelt, uomo di grande prestigio personale,
incarnò le speranze di rinascita dell'economia
americana e di sviluppo della società. La
piattaforma elettorale fu all'insegna della parola
d'ordine del New Deal ("nuovo corso"). Nella prima
fase del New Deal fu posto l'obiettivo di
ripristinare il credito, di rilanciare la produzione
industriale e agricola, di aggredire la
disoccupazione, e tutto questo con una terapia
d'urto (i "Cento giorni") rapida e a tutto campo.
Nel settore finanziario Roosevelt, appena eletto,
mise controlli sulle banche e sul mercato azionario,
punto di partenza della crisi; si indirizzò verso la
svalutazione del dollaro, abbandonando la parità con
le monete europee.
Nella seconda fase, avviata nel 1935, prima che le
elezioni riconfermassero Roosevelt alla presidenza
con una maggioranza schiacciante, l'attività di
riforma assunse come impegno la sicurezza sociale e
la qualità della vita (agenzia contro la
disoccupazione, assicurazioni contro la
disoccupazione e la vecchiaia, riconoscimento dei
diritti sindacali, risanamento delle abitazioni e
delle città). Uno degli interventi più estesi del
potere pubblico in campo economico si realizzò con
l'istituzione della Tennessee Valley Authority,
un'agenzia federale per lo sfruttamento
idroelettrico di quell'area. Il New Deal attuò una
politica di deficit di bilancio e di incremento
della spesa pubblica come leva per orientare lo
sviluppo e ridurre i dislivelli di reddito tra i
ceti sociali, che fu considerata da alcuni la
pratica applicazione delle teorie dell'economista
John Maynard Keynes. In termini economici il New
Deal si risolse in un parziale successo (ad esempio
il reddito pro capite nel 1940 fu inferiore, ma di
poco, a quello del 1929); in termini politici riuscì
a conciliare risanamento economico e ampliamento
della democrazia.
La seconda guerra mondiale
In politica estera gli Stati Uniti, pur vigilando
sulle proprie aree d'influenza, avevano ripreso
posizioni isolazioniste che le leggi di neutralità
del 1935-1937 ribadirono. Allo scoppio della seconda
guerra mondiale Roosevelt e il suo segretario di
stato Cordell Hunt si impegnarono per convincere
Congresso e opinione pubblica della necessità di
fornire aiuti agli stati aggrediti da Adolf Hitler.
Dopo la terza elezione a presidente, Roosevelt
rinsaldò i legami con le democrazie occidentali
firmando con Winston Churchill la Carta Atlantica,
che riaffermava alcuni principi del programma di
Wilson (autodeterminazione dei popoli,
collaborazione pacifica, ricerca della pace tramite
organismi internazionali) e che sarebbe divenuta di
lì a poco la piattaforma politica dell'ingresso in
guerra degli Stati Uniti.
Questa decisione fu adottata l'8 dicembre 1941, il
giorno dopo l'attacco sferrato dai giapponesi alla
base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii: la
dichiarazione di guerra al Giappone fece scattare il
meccanismo delle alleanze internazionali, per cui
Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati
Uniti (11 dicembre). Il grande sforzo bellico
permise agli Stati Uniti di superare lo svantaggio
che inizialmente avevano con il Giappone e di
inserirsi nel fronte europeo e africano con un
contributo decisivo di uomini e di mezzi. Alle
operazioni di guerra si correlò un'intensa attività
diplomatica, condotta da Roosevelt di concerto con
Churchill (ma talvolta con dissensi anche profondi
da parte del primo ministro inglese), e sfociata
nelle Conferenze del Cairo, di Teheran e di Jalta,
che ebbero effetti risolutivi sia per le sorti della
guerra sia per la sistemazione geopolitica del
dopoguerra.
Il piano Marshall
La guerra segnò di fatto l'espansione planetaria
degli Stati Uniti, la cui influenza nel dopoguerra
si esercitò, in forme e con intensità differenti, in
America latina, in Giappone, nelle Filippine, nel
Pacifico, in diversi paesi dell'Africa e dell'Asia,
in tutte le democrazie occidentali dell'Europa.
L'egemonia americana si consolidò con azioni di
intervento diretto o, più spesso, indiretto nella
vita politica degli stati, nelle relazioni
internazionali, nelle scelte economiche. In Europa
con il piano Marshall furono erogati ingenti aiuti
finanziari e materiali, necessari a rimettere in
sesto l'economia postbellica. Si trattava di una
necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti
perché un'Europa in ripresa avrebbe potuto divenire
un mercato per l'economia americana. Il programma di
assistenza presentava anche un risvolto politico,
essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà
con i paesi dell'Europa occidentale, in primo luogo
con quelli nei quali i partiti comunisti avevano
ottenuto alte percentuali di voti alle prime
elezioni del dopoguerra (Italia e Francia).
La Guerra Fredda
Il contrasto che già nell'immediato dopoguerra
divise le due potenze, Stati Uniti e Unione
Sovietica, assunse un carattere totale: fu cioè
conflitto ideologico, strategico, politico ed
economico. Il democratico Harry Truman, presidente
dal 1945 al 1953, fu artefice di una linea politica
tendente all'arretramento del comunismo nel mondo,
nella quale si collocarono sia il piano Marshall di
aiuti all'Europa, esteso a livello mondiale col
programma detto del "Quarto punto", sia il Patto
Atlantico di alleanza militare dei paesi occidentali
(NATO). Il clima di contrapposizione quasi religiosa
che si respirava negli anni della cosiddetta Guerra
Fredda contagiò anche la politica interna americana,
con la campagna anticomunista (il maccartismo, dal
nome del suo promotore, il senatore Joseph McCarthy),
che colpì soprattutto artisti, intellettuali e
sindacalisti. In Corea, Truman non esitò a inviare
un corpo di spedizione per ricacciare le forze
comuniste dal Sud: la guerra che derivò coinvolse
anche URSS e Cina e costituì il primo episodio di
conflitto regionale combattuto con l'intervento
diretto delle superpotenze.
La presidenza Eisenhower
Il successore di Truman, Dwight David Eisenhower,
governò tra il 1952 e il 1960, in un periodo di
contraddizioni: da una parte l'economia raggiunse
livelli record, dimostrando agli americani come il
sistema capitalistico consentisse a milioni di
persone di raggiungere il benessere e di
incrementare i consumi; dall'altra emersero
conflitti razziali che sembravano appartenere al
passato. Gravi disordini portarono alla luce la
questione dei neri, che denunciarono la
discriminazione razziale e la povertà della loro
condizione di vita. In politica estera Eisenhower
estese la presenza militare americana in Asia,
fornendo aiuti militari al Laos e patrocinando la
costituzione della SEATO (organizzazione militare di
difesa dei paesi non comunisti del Sud-Est
asiatico). Nel corso della crisi di Suez (1956)
tenne una condotta prudente che di fatto sconfessava
l'azione militare di forza anglo-francese, pensata
in risposta alla nazionalizzazione del canale da
parte dell'Egitto, ma sospese gli aiuti finanziari
promessi al presidente Nasser.
John F. Kennedy e Lyndon Johnson
Il programma elettorale battezzato "Nuova
frontiera" con cui John F. Kennedy vinse le elezioni
del 1960, frutto della collaborazione con gli
intellettuali democratici, suscitò speranze in
patria e nel mondo perché indicava la necessità di
superare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri,
e di migliorare le relazioni internazionali. Una
volta presidente, Kennedy sostenne la costituzione
dei Corpi della Pace (associazioni di volontari
impegnati per lo sviluppo nei paesi del Terzo
Mondo), varò il piano di "Alleanza per il progresso"
per aiutare l'economia latinoamericana, e misure per
l'integrazione dei neri, fortemente volute dal
fratello Robert, allora ministro della Giustizia.
Proprio sull’America latina (Cuba) Kennedy puntò la
propria attenzione, temendo che la rivoluzione
castrista aprisse le porte a un avamposto del
comunismo, tanto pericoloso quanto più era prossimo
ai confini americani. Quando la minaccia si
concretizzò con l'installazione dei missili
sovietici, Kennedy decretò il blocco dell'isola,
sfidando la reazione sovietica. Il ritiro dei
missili da Cuba scongiurò quella che era parsa la
minaccia di una terza guerra mondiale.
La
morte di Kennedy (1963), in un attentato compiuto a
Dallas (Texas) in circostanze mai del tutto
chiarite, portò alla presidenza Lyndon B. Johnson,
il quale estese la politica d'integrazione razziale,
turbata da gravi tumulti che sconvolsero alcune
grandi città e dall'assassinio del leader nero
Martin Luther King. Sotto la presidenza Johnson
l'impegno americano in Indocina crebbe
considerevolmente e iniziarono anche i bombardamenti
di città nordvietnamite. Ma l'impopolarità della
guerra, contro la quale si levò la protesta dei
pacifisti con risonanza nell'opinione pubblica
occidentale, e la consapevolezza di non poterla
risolvere militarmente indussero ad avviare le
trattative per una soluzione concordata. Nel
frattempo, nel luglio 1969, la NASA lanciò con
successo la missione lunare dell'Apollo 11, con a
bordo gli astronauti Neil Armstrong, Edwin Eugene
Aldrin e Michael Collins.
Nixon, Ford, Carter
I negoziati tra nord e sudvietnamiti, aperti a
Parigi nel 1969, furono appoggiati dal successore di
Johnson, Richard Nixon, che dopo aver ordinato
l'invasione della Cambogia e del Laos e
l'intensificazione dei bombardamenti sul Vietnam del
Nord, considerata l'impossibilità di vincere la
guerra, iniziò il ritiro graduale delle truppe
americane dal Vietnam. Nixon rilanciò una strategia
di pace sia con gli accordi diplomatici firmati con
la Cina di Mao, che rimettevano il gigante asiatico
nella sfera delle relazioni internazionali, sia con
i trattati per la riduzione delle armi atomiche
sottoscritti con l'URSS. Nixon fu costretto a
dimettersi perché coinvolto nello scandalo Watergate,
che da inchiesta giornalistica assurse a simbolo
della battaglia per la libertà di opinione, valore
costitutivo della storia americana, calpestata dalle
illegalità scoperte nell'amministrazione
presidenziale.
Dopo la presidenza repubblicana di Gerald Ford i
democratici tornarono alla Casa Bianca con Jimmy
Carter, il quale cercò di ripristinare il prestigio
americano scosso dalla guerra del Vietnam,
rilanciando un'azione internazionale di segno nuovo,
che ebbe il suo maggior successo nella mediazione
tra egiziani e israeliani, conclusasi con gli
accordi di pace di Camp David. Alla grave crisi
economica oppose un piano di austerità nazionale che
prevedeva il controllo dei prezzi e dei salari.
La
politica internazionale dovette confrontarsi con la
svolta operata dall'URSS di Brežnev, che rimetteva
in crisi la distensione internazionale: infatti
all'invasione russa dell'Afghanistan Carter rispose
con forti contromisure (sospensione degli accordi
sulle armi atomiche, embargo dei cereali, avvio del
programma degli euromissili). La sua presidenza si
chiuse con lo smacco conseguente al fallimento del
tentativo di liberare i diplomatici americani,
ostaggio dei seguaci dell'ayatollah Khomeini a
Teheran.
Ronald Reagan e George Bush
Quando nel 1980 salì alla carica presidenziale,
Ronald Reagan trovò un'America politicamente debole,
incapace di reagire alla politica di riarmo e di
espansione della Russia di Brežnev e con un'economia
in condizioni precarie. La politica da lui attuata
nel corso di due presidenze fu battezzata "reaganomics"
proprio per rimarcarne il tratto personale. Del
reaganismo sono state sottolineate le scelte fiscali
e finanziarie, improntate al più radicale liberismo:
riduzione delle tasse, contrazione dello stato
sociale, massima libertà nei rapporti di lavoro (deregulation).
Il boom finanziario che seguì dimostrò la sua
fragilità con l'allarmante crollo della Borsa del 19
ottobre 1987.
Con
Reagan i bilanci dell'esercito registrarono un forte
incremento, dovuto principalmente alla Strategic
Defense Initiative, o Star Wars, "guerre
stellari", e agli euromissili: entrambe le decisioni
ebbero comunque l'effetto di indurre i sovietici a
riprendere i negoziati per la riduzione delle armi
offensive. Il 19 novembre 1985 a Ginevra ci fu il
primo dei cinque summit fra i capi delle due
superpotenze, Reagan e Gorbaciov.
Nel
1988 gli statunitensi scelsero la continuità,
eleggendo come nuovo presidente George Bush, già
vicepresidente di Reagan, il quale conseguì numerosi
successi in politica estera, condivisi con il
segretario di stato James Baker, così riassumibili:
cattura del dittatore panamense e narcotrafficante
Manuel Antonio Noriega; vittoria contro Saddam
Hussein nella guerra del Golfo, momento culminante
della popolarità di Bush; firma del trattato per la
riduzione degli arsenali strategici (START); avvio
della conferenza di pace per il Medio Oriente;
sostegno alla trasformazione democratica dell'Est
europeo dopo la caduta del Muro di Berlino (1989).
La presidenza Clinton
Dopo il lungo periodo repubblicano, le elezioni
presidenziali del 1992 furono vinte dai democratici
guidati da Bill Clinton, che cercò di avviare una
politica di riforme che affrontasse sia la
situazione economica del paese, investito da una
forte recessione, sia la critica situazione sociale,
che nel 1992 aveva visto la violenta riesplosione
della protesta nera a Los Angeles. Clinton cercò
anche di attuare una vasta riforma del sistema
sanitario e assistenziale, ma il progetto fallì per
l'opposizione dei repubblicani e delle grandi
compagnie private di assicurazione.
Poco tempo dopo il suo insediamento Clinton fu
coinvolto in una serie di episodi scandalistici, che
ne provocarono una caduta di popolarità. Alle
elezioni di medio termine del 1994 il Partito
democratico subì una cocente sconfitta e i
repubblicani conquistarono la maggioranza in
entrambe le camere del Parlamento statunitense. La
situazione del paese, migliorata sensibilmente dal
punto di vista economico e occupazionale, rimaneva
però critica per una serie di problemi legati alla
diffusione della criminalità e della povertà
(soprattutto tra le comunità nere e
ispano-americane) e per la comparsa di un
preoccupante fenomeno settario bianco,
antigovernativo e razzista. Dopo il tragico episodio
di Waco del 1993 – in cui, in seguito all'assalto
delle truppe federali, avevano trovato la morte
un'ottantina di aderenti a una setta estremista
asserragliati in una fattoria – nel 1995
l'esplosione di un'auto-bomba davanti a un ufficio
federale di Oklahoma City provocò 186 morti e
centinaia di feriti.
In
politica estera, Clinton confermò il sostegno al
presidente russo Boris Eltsin e aiutò il
riavvicinamento di israeliani e palestinesi,
culminato nell'incontro di Washington tra Yitzhak
Rabin e Yasser Arafat (settembre 1993). Gli Stati
Uniti ebbero un ruolo importante nella risoluzione
della crisi bosniaca e lo sforzo della loro
diplomazia condusse agli accordi di Dayton (1995).
Il secondo mandato Clinton
Nel 1996 furono riconfermate sia la presidenza
democratica sia la maggioranza repubblicana nel
Congresso. Il secondo mandato di Clinton si
caratterizzò per una ripresa dell’economia e
dell’occupazione, ma anche per un forte
deterioramento della situazione sociale. A
monopolizzare tuttavia la scena politica nazionale
fu per lungo tempo il “Sexgate” (o “caso Lewinsky”,
dal nome della stagista della Casa Bianca che agli
inizi del 1998 aveva rivelato la sua relazione con
il presidente Clinton). Sottoposto a un’inchiesta
meticolosissima da parte del procuratore Kenneth
Starr e in seguito accusato di falsa testimonianza e
di intralcio alla giustizia, Clinton fu oggetto di
un’ossessiva e morbosa campagna
politico-giuridico-mediatica non condivisa dalla
gran parte dell’opinione pubblica. L’offensiva nei
confronti della Casa Bianca non ebbe tuttavia gli
effetti sperati dai repubblicani, che, penalizzati
nelle elezioni di “medio termine” – nelle quali i
democratici riconquistarono tutti i loro seggi al
Congresso – si videro in seguito bocciare la
richiesta di impeachment a carico di Clinton.
In
politica estera, Clinton si sforzò per rafforzare il
ruolo internazionale degli Stati Uniti. Confermata
la sua ostilità a Cuba e alla Libia, il presidente
americano si lanciò in un’energica campagna contro
il fondamentalismo islamico che lasciò molto freddi
i suoi tradizionali alleati arabi come l’Arabia
Saudita o la Giordania; questi due paesi si unirono
infatti alla protesta araba quando gli Stati Uniti
minacciarono un nuovo massiccio intervento militare
in Iraq alla fine del 1998 (poi evitato grazie al
successo della missione diplomatica del segretario
delle Nazioni Unite Kofi Annan).
In
seguito ai drammatici sviluppi del conflitto in atto
tra serbi e albanesi in Kosovo, nel febbraio del
1999 gli Stati Uniti presero parte, con gli altri
paesi del gruppo di contatto (Russia, Francia,
Germania, Gran Bretagna e Italia), ai negoziati di
Rambouillet, rivolti a raggiungere un accordo che
garantisse l’autonomia della provincia serba e la
sicurezza della popolazione di etnia albanese e che
scongiurasse il precipitare della crisi. Dopo il
fallimento dei negoziati, l’amministrazione
statunitense fu la più risoluta nel sostenere
l’intervento armato dell’“Allied Force” (Forza
Alleata), una coalizione formata da alcuni paesi
della NATO, tra cui l’Italia.
Tra
gli effetti collaterali del conflitto vi fu un
deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti,
Russia e Cina. L’ambasciata cinese di Belgrado fu
peraltro colpita durante i bombardamenti, ma
l’incidente non ebbe conseguenze sui negoziati
commerciali tra Washington e Pechino, che a novembre
del 1999 firmarono (smentendo le voci che davano per
imminente una clamorosa rottura delle trattative)
uno storico accordo che aprì il mercato cinese
(definito “il più grande della storia”) alle merci
statunitensi.
Nel
corso degli ultimi due anni della presidenza Clinton
l’economia del paese, grazie soprattutto al settore
delle telecomunicazioni e ai sorprendenti sviluppi
delle attività legate alla new economy, registrò
un’ulteriore crescita (nel maggio 1999 l’indice Dow
Jones, triplicato sotto la presidenza Clinton,
superò per la prima volta 11.000 punti; nello stesso
anno la crescita economica complessiva del paese fu
del 4,2%, con un picco del 7,3% nel quarto
trimestre). Ma i profondi sconvolgimenti avvenuti
nell’economia e nella società statunitense e la
sempre più ineguale distribuzione della ricchezza
favorirono anche la diffusione del malcontento e la
comparsa di un forte movimento di critica alla
globalizzazione, che, nato all’interno dei movimenti
della sinistra radicale ed ecologista, si estese
presso altri settori della società statunitense e
nel mondo del lavoro; nella primavera del 2000, tra
i protagonisti della clamorosa protesta contro il
vertice di Seattle dell’Organizzazione mondiale per
il commercio (WTO), vi furono infatti i sindacati e
centinaia di organizzazioni operanti nei più diversi
ambiti sociali.
La presidenza di George W. Bush
La campagna elettorale per la presidenza, che
oppose il vicepresidente Al Gore, candidato dei
democratici, a George W. Bush, si concluse con la
vittoria di quest’ultimo. Decisiva ai fini del
risultato finale fu la candidatura di Ralph Nader,
popolare difensore dei diritti civili, che sottrasse
al democratico Gore una parte dell’elettorato,
sebbene modesta (2,6%).
Quelle del 2000 furono tra le elezioni più incerte e
combattute della storia degli Stati Uniti, non solo
per l’insolita lunghezza della campagna elettorale –
durata praticamente tutto l’anno – e per la sua
asprezza, ma anche per la confusione che
caratterizzò la fase conclusiva. Lo stretto margine
di voti che separava i due contendenti in diversi
stati (e soprattutto in Florida, dove i democratici
contestavano la validità dello scrutinio) tenne in
sospeso il paese per più di un mese dal voto
popolare; solo il 13 dicembre, e con lo scarto di un
solo voto, la Corte Suprema convalidò la vittoria di
Bush.
Nei
primi “cento giorni” – che nel sistema politico
statunitense rappresentano un importante segnale
dell'indirizzo che la nuova amministrazione intende
seguire – il presidente Bush prese decisioni
significative circa molte questioni anticipate
durante la campagna elettorale: lotta all'aborto,
alleggerimento della pressione fiscale, tagli ai
finanziamenti dei settori assistenziale,
previdenziale e scolastico. Dopo timidi segnali di
ripresa economica, a partire dalla primavera 2001
l’industria statunitense iniziò a perdere colpi; le
maggiori perdite si ebbero nel settore della New
economy, con la chiusura di centinaia di imprese.
In
politica internazionale le prime iniziative della
nuova amministrazione indicarono un netto
cambiamento di rotta e una ridefinizione degli
obbiettivi strategici americani. Annunciata dallo
sblocco della vendita di armi a Taiwan e da due
aspri scontri diplomatici con Mosca e Pechino, la
strategia statunitense si delineò ulteriormente con
la rimessa in discussione di una serie di importanti
trattati internazionali – sull’ambiente, sulle armi
batteriologiche, sulle armi leggere, sulle mine
antiuomo – in attesa di ratifica. Il nuovo vento
“unilateralista” si manifestò anche con la
diminuzione dell’impegno nei confronti di alcune
questioni internazionali (ad esempio il conflitto
nei Balcani e in Medio Oriente), costantemente
nell’agenda della passata amministrazione. Bush
rilanciò inoltre il progetto del cosiddetto “Scudo
spaziale” – la National Missile Defense, Difesa
missilistica nazionale – già caro al presidente
Reagan, incontrando la ferma opposizione della Cina
e della Russia ma anche la perplessità dei paesi
dell’Unione Europea, preoccupati di una pericolosa
corsa al riarmo.
11 settembre 2001
L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti vennero
colpiti da un attacco terroristico di sconvolgenti
dimensioni, lanciato contro i simboli del potere
politico ed economico. In un’agghiacciante sequenza,
tre aerei di linea vennero sequestrati da commando
suicidi e scagliati, nel breve arco di tempo di
un’ora (dalle 8,45 alle 9,43) con tutto il loro
carico umano contro le Torri Gemelle del World Trade
Center di New York e la sede del ministero della
Difesa americano, il Pentagono. Un quarto aereo
dirottato, dopo aver solcato i cieli alla ricerca di
un ulteriore obbiettivo (forse Camp David, la
residenza estiva del presidente, forse la Casa
Bianca o addirittura lo stesso Bush, in viaggio
verso Washington a bordo dell’aereo presidenziale)
precipitò al suolo nei dintorni di Pittsburgh alle
10,47. Dopo lo schianto del primo aereo contro la
torre nord del World Trade Center, l’attacco venne
ripreso e trasmesso in tutto il mondo dalle
televisioni. Centinaia di milioni di persone
assistettero così in diretta al violento impatto del
secondo aereo contro la torre sud e poi, tra le 10 e
le 10,27, al crollo delle due torri che travolse
migliaia di persone e coprì Manhattan di uno spesso
strato di polvere e fumo. L’attacco terroristico
causò molti morti (più di tremila secondo le fonti
ufficiali) e centinaia di feriti, lasciando il paese
in uno stato di profondo shock. Per limitare i
nefasti effetti dell’attentato, la Borsa di Wall
Street rimase chiusa per alcuni giorni. L’azione,
non rivendicata, venne subito attribuita al
radicalismo islamico e a uno dei suoi principali
esponenti: Osama Bin Laden.
Una nuova strategia mondiale
Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 la lotta
contro il terrorismo diventò la preoccupazione
principale dell’amministrazione statunitense. Il
presidente Bush lanciò una campagna diplomatica
volta a ottenere il più ampio sostegno
internazionale per un’energica offensiva contro
l’organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden,
ritenuto il mandante dell’attacco terroristico, e
l’Afghanistan che ne ospitava le basi. Bush ottenne
il sostegno, oltre che degli alleati della NATO (che
attivò il meccanismo di solidarietà militare
previsto dall’articolo 5 dell’organizzazione), di
moltissimi altri paesi. Alla coalizione capeggiata
da Washington si aggiunse anche il Pakistan, sino ad
allora il maggior alleato dei taliban. Fallito
l’ultimo tentativo diplomatico con il rifiuto di
Kabul di consegnare Bin Laden, il 7 ottobre la
coalizione capeggiata dagli Stati Uniti lanciò
contro l’Afghanistan l’operazione “Enduring Freedom”
(“Libertà duratura”), rivolta ad annientare la
macchina bellica dei taliban e a favorire
l’instaurazione di un regime moderato nel paese.
Il
12 ottobre si diffuse negli Stati Uniti l’allarme
batteriologico; nelle redazioni di diversi giornali
e reti televisive vennero infatti recapitate lettere
contenenti spore di Bacillus antrax, agente
responsabile del carbonchio. Diverse furono le
persone contagiate e cinque le vittime. Tracce del
bacillo vennero rinvenute nell’edificio del Senato e
anche la Camera dei rappresentanti fu evacuata e
chiusa per una settimana. Dalle indagini non
emersero collegamenti con il terrorismo
fondamentalista islamico, ma con organizzazioni
estremiste di destra statunitensi. Il governo di
Washington rafforzò le misure di sicurezza; dopo
centinaia di arresti sui quali venne mantenuta
un’assoluta segretezza, il presidente Bush firmò un
decreto che istituiva tribunali militari speciali
per i cittadini stranieri sospettati di terrorismo.
Nell’arco di pochi mesi la nuova amministrazione
statunitense ridisegnò completamente il quadro
strategico e quello dei rapporti diplomatici con i
suoi alleati e con il resto del pianeta. Nel
discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato il 29
gennaio 2002, il presidente Bush pose la lotta al
terrorismo al centro dell’attività del suo governo;
secondo la nuova strategia, gli Stati Uniti
avrebbero dovuto promuovere e guidare una lotta
senza quartiere sia contro le organizzazioni
terroriste, sia contro gli stati sospettati di
favorirne l’azione. Tra quelli considerati “stati
canaglia” dall’amministrazione americana, Bush ne
menzionò esplicitamente tre (Iraq, Iran e Corea del
Nord), accomunandoli sotto l’etichetta di “asse del
male” e accusandoli di perseguire lo sviluppo di
armi di distruzione di massa. Nei mesi successivi
Washington concentrò la sua offensiva diplomatica
contro l’Iraq. La nuova politica di Bush si scontrò
in diverse occasioni con gli alleati europei – in
particolare con la Germania e con la Francia, anche
per la svolta compiuta nei confronti della crisi
israelo-palestinese, che aveva visto
l’amministrazione statunitense schierarsi
apertamente al fianco del premier israeliano Ariel
Sharon – ma infine prevalse: a sancire
l’affermazione della visione strategica fu il nuovo
ruolo assegnato alla NATO e l’allargamento
dell’alleanza ai paesi dell’Est europeo.
La
crisi internazionale determinata dagli effetti degli
attentati dell’11 settembre ebbe l’effetto di far
passare in secondo piano la situazione economica del
paese, che nonostante una serie di interventi della
Federal Reserve registrava un forte rallentamento. A
ostacolare la ripresa economica intervennero anche
una serie di gravi scandali finanziari (e in
particolare, nel dicembre 2001, quello della Enron,
gigante texano del settore energetico), che
assestarono un duro colpo alla credibilità del
mercato borsistico statunitense e internazionale. Il
fallimento della Enron, il più grave della storia
statunitense, coinvolse non solo un’importante
società di revisione, la Arthur Andersen, ma lo
stesso governo di Washington, di cui il presidente
della società texana, Kenneth Lay, era stato un
importante sostenitore. Il caso Enron, diventato in
poche settimane uno scandalo di enorme portata,
provocò un grave scontro tra le due principali
istituzioni statunitensi, il Congresso e la Casa
Bianca; in seguito al rifiuto di consegnare alle
commissioni parlamentari gli atti relativi al
rapporto intercorso tra la presidenza e la Enron, il
General Accounting Office (una sorta di “corte dei
conti”, formata però da parlamentari) avviò infatti,
per la prima volta nella storia del paese, una
formale causa contro il governo davanti al Tribunale
di Washington.
Agli inizi del 2002 la pubblicazione di alcune foto
dei prigionieri catturati in Afghanistan e rinchiusi
nella base militare di Guantánamo, a Cuba, sollevò
le proteste delle organizzazioni per i diritti
umani, che invocarono il rispetto della convenzione
di Ginevra. L’amministrazione statunitense accolse
solo in parte gli appelli, riconoscendo lo status di
prigionieri di guerra ai taliban ma non ai membri di
Al Qaeda, l’organizzazione di Osama Bin Laden.
Un
nuovo motivo di dissidio con i paesi europei arrivò
in marzo, con l’annuncio dell’imposizione di tariffe
doganali del 30% sull’importazione di prodotti
siderurgici che provocò le proteste dell’Unione
Europea; conseguirono scarsi risultati le missioni
in Medio Oriente del vicepresidente Dick Cheney e
del segretario di stato Colin Powell, rivolte
rispettivamente a ottenere il consenso degli stati
arabi a un nuovo attacco contro l’Iraq, sospettato
dello sviluppo di un programma di riarmo, e il
ritiro delle truppe israeliane dai territori
palestinesi. L’amministrazione statunitense proseguì
tuttavia sul cammino intrapreso, volto alla difesa
politico-economica e militare degli Stati Uniti, e,
dopo la denuncia del trattato ABM (Anti-Ballistic
Missile) firmato con l’Unione Sovietica nel
1972, riprese i test missilistici rivolti alla
costruzione dello “scudo spaziale”. In maggio, alla
firma di un accordo tra Bush e Putin per una
drastica riduzione degli arsenali atomici
statunitense e russo, seguì lo storico accordo,
siglato da Putin e dai capi di governo dei paesi
membri della NATO, che diede vita al Consiglio
NATO-Russia, diretto ad approfondire la
collaborazione tra Mosca e i paesi membri
dell’Alleanza atlantica.
Sul
fronte interno, una nuova crisi si abbatté nel
giugno 2002 sul mercato finanziario statunitense,
già duramente provato dal caso Enron. Accusata di
frode, la compagnia di telecomunicazioni WorldCom,
la seconda del paese, perse in borsa il 90% del suo
valore. Il crollo di WorldCom trascinò al ribasso i
listini di tutte le principali piazze finanziarie
del mondo. Nell’intento di rassicurare gli
investitori, a luglio il Parlamento statunitense
votò un provvedimento per rafforzare le pene (fino a
25 anni di carcere) verso i responsabili di
falsificazione dei bilanci delle società. In
occasione del vertice delle Nazioni Unite sullo
sviluppo sostenibile di Johannesburg, il segretario
di stato Colin Powell confermò la posizione degli
Stati Uniti, intenzionati a non assumere alcun
impegno in tema di protezione dell’ambiente.
Le
elezioni di medio termine del 5 novembre 2002
registrarono una forte avanzata dei repubblicani,
che confermarono con 226 seggi (su 435) la
maggioranza già posseduta alla Camera e ottennero,
con 51 seggi, anche la maggioranza del Senato. Nelle
contestuali elezioni per il rinnovo dei governatori,
i democratici si aggiudicarono 23 stati su 36. In
Florida – al centro delle polemiche nelle contestate
elezioni presidenziali del novembre 1999 – “Jeb”
Bush, il fratello del presidente George W. Bush,
venne confermato alla carica di governatore. Alla
fine di novembre il Senato approvò definitivamente
l’istituzione di un nuovo ministero incaricato della
sicurezza interna e della lotta al terrorismo.
Contro il provvedimento, già passato al vaglio della
Camera, si espressero solo sette senatori
democratici.
Guerra all’Iraq
In occasione del primo anniversario dell’attacco
terroristico dell’11 settembre 2001, Bush ribadì
l’impegno degli Stati Uniti contro il terrorismo,
indicando nell’Iraq di Saddam Hussein, sospettato di
possedere armi di distruzione di massa, il
principale obbiettivo della strategia militare
statunitense. Pochi giorni dopo il governo di
Washington diede avvio a una battaglia diplomatica
in seno alle Nazioni Unite, rivolta all’adozione di
una dura risoluzione contro l’Iraq; il presidente
Bush si dichiarò pronto ad attaccare il paese
mediorientale anche senza l’avallo dell’ONU. Agli
inizi di ottobre Bush ottenne il sostegno del
Congresso, che lo autorizzò a utilizzare la forza
contro l’Iraq. Il mese seguente il Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite decise l’invio di
ispettori internazionali in Iraq e minacciò serie
conseguenze in caso di mancato disarmo.
Di
fronte a un rallentamento delle ispezioni, dovuto
alla mancata cooperazione dell’Iraq, Bush richiese
alle Nazioni Unite l’autorizzazione all’uso della
forza, che però gli venne negata in seno al
Consiglio di Sicurezza dal veto di Germania, Francia,
Russia e Cina, persuase della necessità di attendere
la fine della missione degli ispettori
internazionali. Con l’appoggio militare di Regno
Unito, Australia e Polonia, e il sostegno di altre
nazioni, gli Stati Uniti decisero di agire anche
senza l’avallo dell’ONU e il 20 marzo 2003 diedero
inizio all’operazione “Iraqi Freedom”.
Grazie alla netta superiorità militare e tecnologica
e all’impiego massiccio dell’aviazione che in breve
tempo bombardò con precisione i principali obiettivi
strategici, le forze della coalizione avanzarono da
sud con incredibile rapidità ed entrarono a Baghdad
il 6 aprile. La caduta della capitale facilitò poi
l’avanzata da nord, sostenuta dalle forze curde
appoggiate da corpi speciali statunitensi, e portò
alla caduta di Kirkuk e Mosul pochi giorni dopo. La
campagna militare si concluse il 14 aprile con la
presa di Tikrit e la fine della guerra fu
ufficialmente dichiarata da Bush il 1° maggio.
Sviluppi recenti
Alla facilità delle operazioni militari non è
corrisposto però un altrettanto facile dopoguerra.
Nonostante l’arresto di alcuni dei più importanti
rappresentanti del Partito Baath e l’uccisione dei
due figli del “raìs”, Uday e Qusay, la situazione in
Iraq permane tuttora in uno stato di profonda
precarietà che nemmeno l’arresto di Saddam Hussein
il 13 dicembre 2003 pare aver modificato. La
creazione di un organo (CPA, Coalition
Provisional Authority, guidato dallo
statunitense Paul Bremer), preposto
all’amministrazione del paese, ha preceduto la
formazione di un consiglio di governo provvisorio,
costituito dai rappresentanti di curdi, sunniti e
sciiti, ma dotato di poteri limitati e controllato
da funzionari del CPA. La ricostruzione delle
infrastrutture, la disoccupazione dilagante, i
contrasti tra il CPA e il governo locale, oltre alla
sempre più diffusa ostilità del popolo iracheno
verso gli occupanti, sono solo alcuni dei problemi
che l’amministrazione alleata deve affrontare
quotidianamente, facendo altresì fronte ai numerosi
attacchi suicidi contro le potenze occupanti che si
susseguono dall’inizio delle ostilità.
Nel
marzo del 2004 John Forbes Kerry si è aggiudicato la
nomination del Partito democratico per la
corsa alla Casa Bianca, che però sarà formalizzata
solo nella convention di Boston di fine
luglio. In quell’occasione dovrebbe essere
presentato anche il rapporto conclusivo della
“Commissione 11 settembre”, istituita dal Congresso
alla fine del 2002 per fornire un quadro esaustivo
sugli attentati dell’11 settembre 2001 e su
eventuali manchevolezze da parte delle
amministrazioni Clinton e Bush nel prestare la
dovuta attenzione alle minacce di Al Qaeda, come
rivelato dal “Washington Post” nella primavera 2002. |